Tamer. La quieta bellezza del mondo

I dipinti di Marzio Tamer nascono con calma, attraverso una rigorosa disciplina tecnica e un paziente lavoro preparatorio. Ogni effetto di luce di ombra, ogni minima variazione nello sfondo, ogni dettaglio compositivo è sottoposto a un esame rigoroso da parte del pittore, unico e severo giudice, che insiste nella ricerca anche a costo di rimandare a lungo la stesura, fino a giungere alla scelta irrevocabile.

Il tempo è un fattore determinante nella pittura di Tamer, e l’artista vuole condividere con lo spettatore uno spazio di attesa, consapevole di proporre un’esperienza particolare, in totale e affascinante controtendenza rispetto al consumo rapidissimo delle immagini a cui siamo oggi abituati.

Non si tratta più solo di “guardare” un quadro in una sala d’esposizione inevitabilmente asettica e neutra, ma di condividere uno stato d’animo, una condizione naturale che pervade l’ambiente, e che non si limita a coinvolgere la vista. Intorno a noi cambia il clima, avvertiamo fisicamente la temperatura, la luce, l’umidità, le condizioni climatiche. I sensi sono sollecitati in modo globale.

Dall’immagine di un panorama (e si tratta quasi sempre di angoli sostanzialmente anonimi, non di grandiosi scenari naturali ben riconoscibili o particolarmente “pittoreschi”), nasce una vibrazione sentimentale profonda. Non siamo mai stati lì, in quel preciso posto: non sapremmo indicare, nemmeno vagamente, dove si trovi, eppure avvertiamo un inesprimibile senso di memoria, affiora un ricordo palpabile.

Forse proprio per questo molti dei suoi paesaggi più belli e più intensi sono ambientanti in un momento indeterminato del giorno e della stagione, con toni e timbri armonizzati e attenuati. Attenzione: non si tratta affatto di immobilità, di stasi, di silenzio. Anche se talvolta non è semplice descriverlo a parole, si avverte anzi chiaramente il senso di una variazione imminente nella luce, nelle nuvole, nei riflessi sulle acque, nello stormire delle foglie, nel brivido che attraversa le erbe, nell’idea che una pietra si sia mossa, persino nell’umore degli animali.

Questo risultato non è affatto il frutto di una intuizione o semplicemente l’esito di una tecnica efficace e pienamente dominata. Tamer dipinge con una disciplina severa, quasi austera, in un ordinatissimo atelier nel cuore storico di una cittadina a nord di Milano. Ci si aspetterebbe di vedere dappertutto macchie di pittura, stracci usati per pulire i pennelli, boccette di colore diluito, tavolozze con grumi di tinta: niente di tutto questo, nello studio di Tamer regna un ordine perfetto. Colori, pennelli, fogli, bozzetti e ogni altro tipo di oggetti sono riposti con cura in grande mobile con cassetti a ribalta di legno chiaro, che sembra venire dritto dritto dalla sala professori di una vecchia scuola. La finestra illumina il cavalletto su cui campeggia una sola, grande carta, fissata lungo il telaio con le puntine. La concentrazione dell’artista è assoluta.

Un aspetto sorprendente e segreto della pittura di Tamer è il numero dei bozzetti, delle piccole prove all’acquarello, che l’artista predispone prima di affrontare la tela, per studiare l’effetto finale. Per dare un’idea del processo creativo, con grande semplicità Tamer apre una cartella di disegni, e mostra una sequenza ravvicinata di riquadri in cui la stessa composizione ritorna in una serie di varianti. Uno scorcio di paesaggio apparentemente banale (poniamo, un gruppo di alberi ai margini di un campo, sulla riva di un corso d’acqua) viene investigato e ripetuto in una sequenza di “finestre” tutte uguali: a prima vista si tratta di scene apparentemente identiche, ma se si osserva con un minimo di attenzione ogni volta si nota un dettaglio diverso nella struttura compositiva, nella scelta delle luci, negli accordi di colore, nei rapporti tra i piani di profondità. Finalmente, intorno alla inquadratura “giusta”, ecco un cerchio a matita. Sarà questa la base di partenza, il riferimento sicuro per la composizione.

Inizia la stesura del dipinto: Tamer procede per delicate velature progressive nel caso della tecnica della pittura ad olio, e affronta invece un tracciato fitto, imprevedibilmente denso e saturo, senza possibilità di ritocchi, nel caso degli sviluppi autonomi delle tempere o dell’acquarello su scala monumentale.

Con la sua pittura pacata, attenta, sensibile, Tamer mette lo spettatore al centro di un mondo naturale sincero e forte, osservato con totale rispetto.

Un filo d’erba, un elefante, un sasso, un ramo scortecciato dal mare sono tutti parte di un sistema di cui anche l’uomo fa parte. Nel più totale rispetto dell’intrinseca essenza e dell’apparenza tangibile di un camaleonte rugoso o di un lupo maestoso, di una zolla d’erba intrisa di pioggia o di un sasso dimenticato sulla spiaggia deserta dell’isola della Capraia, la pittura di Tamer è tutta un grande canto d’amore verso ogni aspetto del mondo. Che non ci “circonda” dall’esterno, ma anzi penetra dentro di noi, fino alle più delicate regioni del sentimento.

- Stefano Zuffi -